La patente revocata in ritardo va restituita

20 Maggio 2020

  Con sentenza depositata in data 16.4.2020, il Giudice di Pace di Treviso ha accolto il ricorso promosso contro un provvedimento di revoca della patente emesso dalla Prefettura dopo che il Tribunale penale aveva pronunciato sentenza di estinzione del reato di guida in stato di ebbrezza per esito positivo della messa alla prova. Questa la tesi sostenuta dal ricorrente e condivisa dal Giudice. La Prefettura, dopo la declaratoria di estinzione del reato agisce quale autorità amministrativa che applica autonomamente la revoca della patente ai sensi dell’art. 224, comma 3, codice della strada. In altri termini, l’Autorità amministrativa non è chiamata a dare esecuzione a una sentenza emessa dal Giudice penale con cui sia stata applicata una sanzione amministrativa accessoria, ma a valutare autonomamente, e sulla base di una propria istruttoria, se irrogare o meno la sanzione stessa. Tale punto deve ritenersi oramai indiscusso, alla luce del consolidato orientamento giurisprudenziale già espresso dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione (sent. n. 13681 del 25/02/2016, Tushaj, Rv. 266590), per il quale “quando manca una pronunzia di condanna o di proscioglimento” – come per l’appunto si verifica nel caso di esito positivo della messa alla prova – “le sanzioni amministrative riprendono la loro autonomia ed entrano nella sfera di competenza dell’amministrazione pubblica. Tale regola è espressa testualmente con riferimento all’istituto della prescrizione, ma ha impronta per così dire residuale: è cioè dedicata alle situazioni in cui condanna o proscioglimento nel merito manchino. In definitiva, il Giudice il quale – come nel caso in esame – pronunci sentenza di intervenuta estinzione del reato ex art. 168 ter, comma 2, c.p., per positivo esito della messa alla prova, non può e non deve applicare la sanzione amministrativa accessoria, che verrà poi applicata dal Prefetto competente a seguito di trasmissione degli atti da parte del Cancelliere ed in seguito a passaggio in giudicato della sentenza che tale estinzione del reato accerta e dichiara (ex art. 224, comma 3, c.d.s.) (così, proprio con riferimento ad una sentenza di dichiarazione d estinzione del reato per esito positivo della messa alla prova,  in Cass. pen., sez. IV, 19/10/2016, n. 47991). E nel caso in cui la revoca non sia disposta dalla Prefettura quale organo esecutivo (di una sentenza penale passata in giudicato) ma quale organo amministrativo, il provvedimento non può essere adottato decorsi oltre tre anni dal fatto, o, meglio, dall’accertamento del medesimo da parte degli agenti, cioè decorso il periodo di inibizione alla guida previsto dall’art. 219, comma 3, Codice della Strada. Conclusione che ha trovato numerosi avalli giurisprudenziali (“il termine di tre anni per il conseguimento di una nuova patente di guida decorre dalla data del fatto, ovvero dalla data di commissione del reato” (Giudice di Pace di Udine, sentenza n. 435 del 14/9/2017; la data certa è quella dell’accertamento del reato (…) per data di accertamento del reato deve intendersi – secondo un’interpretazione coerente e logica dell’art. 219, la data di contestazione della violazione da parte dell’Organo accertatore”; Tar Veneto 15 luglio 2016, n. 829, Tar Piemonte, 14 ottobre 2015, n.1415; Tar Veneto, 9 marzo 2015, n. 2881; Tar Veneto, 15 giugno 2016, n. 639). E che non può dirsi superata dalla recente sentenza della Corte […]

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L’art. 1669 c.c. può essere preventivamente derogato su accordo delle parti?

12 Maggio 2020

  L’articolo 1669 c.c. è stato ritenuto dalla suprema corte, con giurisprudenza costante, una norma che prevede una responsabilità extracontrattuale di ordine pubblico. Infatti la funzione della norma è quella di promuovere la stabilità e la solidità degli edifici e degli altri beni immobili destinati per loro natura a lunga durata così tutelando l’incolumità e la sicurezza dei cittadini. Emblematica sul punto una decisione della S.C. laddove a fronte del manifestarsi di vizi di una costruzione (un capannone) il progettista si difendeva sostenendo che l’edificio era stato realizzato, su indicazione del committente, con criteri di economicità di cui si chiedeva il giudice volesse tenere conto. Inequivocabile la riposta della Corte :“per quanto riguarda poi il richiamo ai criteri di assoluta economicità con i quali era stato costruito il capannone per espressa volontà dei committenti è sufficiente rilevare che – come ripetutamente chiarito da questa Corte – la responsabilità per gravi difetti di cui all’art. 1669 c.c. è di natura extracontrattuale sancita al fine di garantire la stabilità e la solidità degli edifici e delle altre cose immobili destinate per loro natura a lunga durata e di tutelare, soprattutto, l’incolumità personale dei cittadini e, quindi, interessi generali inderogabili che trascendono i confini ed i limiti dei rapporti negoziali tra le parti (in tal senso, tra le tante sentenze, 14 agosto 1997 n. 7619; 15 luglio 1996 n. 6393; 9 gennaio 1990 n. 8). Ne consegue che la detta responsabilità non può essere rinunciata o limitata con pattuizioni particolari dei contraenti. Le asserite esigenze di economicità dei committenti, quindi, non avrebbero dovuto condizionare il progettista e direttore dei lavori comunque tenuto a realizzare il capannone in questione a regola d’arte” ( Cass. Civ. 7.1.2000, nr. 81).    

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